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Palermo, le carceri di Palazzo Steri Chiaramonte e il tribunale dell'inquisizione

Stasera su Rai Storia alle 20.30 si parlerà del Carcere di Palazzo Steri, utilizzato dall’inizio del ‘600 alla fine del ‘700 dall’inquisizione spagnola per imprigionare tutti i cittadini scomodi per la vita sociale, politica e soprattutto religiosa, dell’antica città di Palermo.

I graffiti riscoperti, durante il restauro del Palazzo, ci comunicano pensieri e stati d’animo struggenti, che arrivano a noi in modo diretto, opere realizzate nel buio per rimanere nel buio, che ci raccontano il dramma della prigionia più infame, perché spesso ingiusta.

Ne ho parlato sul mio blog:
https://www.panormus.blog/stories.php?key=il-carcere-inquisizione-a-palazzo-chiaramonte-steri

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I carretti siciliani sono un vero e proprio simbolo della cultura e della tradizione dell’isola, famosi in tutto il mondo per le loro decorazioni vivaci e colorate, ogni carretto racconta una storia unica.

https://www.panormus.blog/culture.php?id=i-carretti-siciliani




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Si avvicina il 2 Novembre, il giorno della festa dei morti, in Sicilia e soprattutto a Palermo un tempo molto sentita, ancor prima che fosse trasformata in Halloween.

In Sicilia la “Festa dei Morti” è attesa soprattutto dai bambini: sanno che se sono stati bravi riceveranno in dono dai parenti defunti "u cannistru", un cesto pieno di dolci. Tra questi ci sono i pupi di zuccaro, dolci antropomorfi, e le ossa ri morti, dolci a forma di ossa a base di farina, zucchero e chiodi di garofano.

La tradizione voleva anche che la mattina del 2 novembre i bambini svegliandosi, dovevano cercare in tutta la casa i giocattoli che i parenti defunti gli avevano fatto trovare. Chi era stato monello trovava il carbone
😄

Un’usanza tanto diffusa che nelle piazze si allestivano mercatini ad hoc, le “Fiere dei morti”, dove i genitori acquistavano di nascosto i regali per i loro piccoli.

Dai racconti quotidiani del Maestro Andrea Camilleri, un estratto de "Il giorno dei morti", il suo racconto personale che rispecchia di come i bambini del 1943, vivevano un'emozione non da poco, in un periodo in cui incombeva la seconda guerra mondiale.

Un articolo qui sul mio blog:

https://www.panormus.blog/culture.php?id=andrea-camilleri-il-giorno-dei-morti

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Palermo, antichi mestieri "U Curdaru" (cordaio)

Il lavoro del “curdaru” era molto caratteristico e apparentemente semplice: un ragazzino per poche lire o un pezzo di pane faceva girare con una grossa ruota con una manovella, questa, a sua volta, attraverso alcuni collegamenti faceva girare velocemente un’altra piccolissima ruota che aveva un uncino al centro, chiamato “animmula”.

https://www.panormus.blog/storie.php?id=aiIZrOO3w746hpu

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Palermo, il pozzo misterioso

Palermo è una città con un sottosuolo pieno di canali, pozzi, grotte, camere dello scirocco, passaggi sotterranei, che ne accrescono il misterioso fascino.

All'interno del quartiere Matteotti di Palermo, in Piazza Edison, a pochi passi dalla centralissima Via Libertà, vi è un antichissimo pozzo misterioso, largo 12 metri e profondo 22, soprannominato il "Pozzo Sicano".

Fu scoperto per caso nel 1927, durante i lavori di taglio degli alberi e di sbancamento del quartiere ex Littorio di Palermo, oggi quartiere Matteotti; sulle pareti furono rinvenute scritte del secondo secolo avanti Cristo.

A svelarne le origini fu l’appassionato di archeologia e speleologia Alfredo Salerno, questi ipotizzò che fosse di fattura sicana, vista la presenza delle citate iscrizioni, originariamente intraducibili.

Grazie invece al contributo di un professore dell’Università Orientale di Napoli, Berguinot, le iscrizioni vennero poi attribuite ai
Cartaginesi.

Rimane comunque fra le curiosità e nel fascino misterioso della città di Palermo, anche Edgardo Natoli, figlio di Luigi, nel suo romanzo
“Gli ultimi Beati Paoli”, ne parla come di un sito utilizzato dalla famosa setta.

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LA GRAVE PIAGA DI PALEMMO E' IL TRAFFICO

#aspassonellastoria @LaVi@livellosegreto.it

Nel 1720 il viceré Nicolò Pignatelli Aragona e Cortes, decise di intervenire una volta e per tutte nella regolamentazione del traffico di Palermo.

Nei giorni di “passeggio” impose il divieto di sosta su tutto il Cassaro e sulla Strada di Mare (l’attuale Foro Italico), disponendo che i mezzi in transito si disponessero su due file, lasciando uno spazio centrale per la carrozza del viceré, praticamente la prima corsia preferenziale della città.

Nei giorni e nelle ore in cui non era previsto il “passeggio” era invece consentita la sosta sul lato destro del Cassaro, lasciando comunque lo spazio per il passaggio di due file di mezzi in transito.

Le pene per i trasgressori erano ben più severe di quelle odierne, visto che per i cocchieri era prevista una pena carceraria di tre anni, mentre i padroni della carrozza dovevano sottoporsi al giudizio del viceré, che poteva stabilirne le eventuali responsabilità e commisurarne la pena.

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La Via della Seta in Sicilia

Per molti secoli la via della seta in Sicilia, da Palermo a Messina, lungo la costa settentrionale dell’isola fino a un tratto della riviera ionica, merito del clima e di corsi d’acqua rigogliosi.

Un’arte antica quella della filatura, tessitura e ricamo, di cui molto è andato perduto ma qualcosa si tramanda ancora grazie alla passione e l’intraprendenza di un gruppo di donne e uomini.

In Sicilia si filava e si tesseva già alla corte normannam il ricco manto di Ruggero in seta-raso fu creato nel “Tiraz”, l’opificio del Palazzo Reale.

In oro, perle e smalti, il disegno porta la data del 1133, il manto servì per secoli all’incoronazione dell’imperatore del Sacro Romano Impero e oggi è conservato a Vienna insieme al resto del corredo.

Si filava e si tesseva anche all’Albergo dei Poveri, in Corso Calatafimi, voluto da Carlo III di Borbone a metà del Settecento per ospitare i bisognosi della città.

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A Palermo per la Madonna di Mezz'agosto (così una volta veniva chiamata l'Assunta), fece la sua comparsa una "varicedda", ossia una piccola "vara" creata dai bambini dei quartieri, recante una piccola statua, possibilmente di cera, e lo "Stellario", che per quindici giorni a partire da primo di agosto portavano di vicolo in vicolo e raccoglievano le offerte che ufficialmente servivano per abbellire la varicedda o per preparare quella dell'anno successivo.

Di fatto, i proventi delle offerte, si davano alle famiglie più bisognose del quartiere per fare la spesa.

I protagonisti erano gruppi di bambini fra i sei e i tredici anni, questa pratica “infantile” viene così descritta nel 1881 dall’etnologo palermitano Giuseppe Pitrè nel libro "Spettacoli e feste popolari siciliane":

«Al cominciare d’agosto sogliono i fanciulli palermitani condurre certe loro barette per le vie più popolate della città; e sopravi, circondata da molti ceri accesi, una Madonna detta di mezz’agosto, con alla testa uno stellario, e ai piedi una mezzaluna sotto i sandali. A quando a quando innanzi a qualche uscio o balcone, nel quale siano persone a guardare, fermano al suono d’un campanello portato dal padrone della baretta, ovvero da altro amico cui quello abbia in affetto, la bara, e uno dei compagni alza la voce argentina cantando qualche strofetta d’una laude sicilianizzata che, sebbene di origine letteraria come per lo più sono i canti religiosi, tutto il popolo conosce, e alcuni leggono stampata.»

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Il 7 maggio del 1624 arriva a Palermo, proveniente da Tunisi, il vascello della redenzione dei cattivi (riscatto dei cristiani prigionieri degli infedeli). Il Vicerè Emanuele Filiberto, contro il parere del Senato che sospettava che a bordo covasse la peste, ne permette l’attracco, “carico come era di mercanzie e ricchi doni a lui inviati dal Re di Tunisi”, la peste si diffonde in città.

https://www.panormus.blog/articolo.php?id=1914571367


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La Biblioteca della Fondazione Sicilia, che si trova a Palermo all'interno di Palazzo Branciforte, possiede circa 50 mila volumi e svolge una funzione culturale di grandissimo rilievo.

Una ricca sezione è quella sulla storia della Sicilia, sulla Storia dell’arte, sulla Numismatica e sull’Archeologia.

Il Fondo librario antico della biblioteca è costituito da molte pubblicazioni stampate dal 1501 al 1830.

Sul soffitto della sala di lettura spicca un meraviglioso affresco di Ignazio Moncada di Paternò.

@LaVi@livellosegreto.it

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A San Martinu ogni mustu diventa vinu

La festa di San Martino si celebra ogni 11 Novembre ed è una ricorrenza che in Sicilia è fortemente legata alla cultura contadina e a usanze eno-gastronomiche tramandate di generazione in generazione.

I detti “A San Martino ogni mustu diventa vinu” e “A San Martinu si vivi lu vinu” sono legati alla tradizione secondo la quale proprio intorno a questa festività il mosto si è finalmente trasformato in vino.

Si passa alla cosiddetta “svinatura”, si aprono le botti e a tavola viene servito il vino novello.

A Palermo il San Martino dei poveri veniva festeggiato con il rito del biscotto di San Martino, inzuppato nel moscato: “Li viscotta di San Martinu” vengono descritti nel XIX secolo dal demologo siciliano Giuseppe Pitrè come dei biscotti dolci “che hanno la forma di un piccolo pane, la cui parte appariscente è alla roccocò” (Pitrè, G., 1881, p.411).
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Dai racconti quotidiani di Andrea Camilleri, un estratto del "giorno dei morti"

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari.

Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto.

Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca.

Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa.

Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo.

I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
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LA LEGGENDA DEI DIAVOLI DEL CASTELLO DELLA ZISA DI PALERMO

L’ingresso alla Sala della Fontana del Castello della Zisa di Palermo è preceduto da un arco barocco con degli affreschi dove sono raffigurate creature e divinità della mitologia romana.

Queste particolari decorazioni, realizzate quando il palazzo era di proprietà della famiglia Sandoval, sono legate ad una leggenda popolare.

Le figure rappresentate in realtà sarebbero dei diavoli che proteggono un tesoro di monete d’oro all’interno del palazzo.

A nasconderlo dentro la Zisa sarebbero stati due giovani innamorati: Azel Comel, figlio di un Sultano e El-Aziz, figlia di un Emiro, i due fuggirono di casa perché il padre di lei ostacolava il loro amore, ma prima di scappare rubarono al Sultano un’immensa ricchezza.

Arrivati a Palermo fecero costruire il Palazzo della Zisa in modo da potersi finalmente godere il loro amore, quando però El-Aziz scoprì che la madre si era suicidata dopo la fuga della figlia, decise di togliersi la vita.

Azel Comel, diventato pazzo per la perdita della sua amata, decise di gettarsi in mare ma prima nascose il tesoro dentro il Palazzo.

La leggenda racconta anche che, chiunque provi a contare il numero esatto dei Diavoli della Zisa, non ci riesce, questo perché questi iniziano a muoversi e mescolarsi.

Inoltre se il giorno dell’Annunziata (25 marzo) i Diavoli vengono fissati troppo a lungo, inizieranno a muovere la coda o storcere la bocca.

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